Una Club Commission in ogni città

Berlino ha una popolazione di 3,5 milioni di abitanti (in crescita), un ecosistema di club da 1,5 miliardi (2018), ma soprattutto dal 2001 una propria Club Commission (CC). Siamo stati nel loro headquarters per un brindisi pre-Natale ‘18 e da lì è nata questa intervista: come si costruisce una Club Commission e a che cosa serve?


Jacob Turtur (JT): è membro della Club Commission di Berlino, del collettivo Reclaim Club Culture, oltre che dj e promoter.

Lutz Leichsenring (LL): portavoce della Club Commission di Berlino dal 2009, è anche cofondatore delle organizzazioni Creative Footprint e VibeLab, per il monitoraggio e la valorizzazione del patrimonio dei club nei contesti urbani.

Riccardo Ramello (RR): creatore di Club Futuro e ricercatore di club culture night time economy.


RR: Partiamo dall’inizio, quando è stata creata la Club Commission e perché? Qual era la situazione a Berlino in termine di nightlife e club culture a quei tempi?

JT: La Club Commission è stata fondata nel 2001 per rappresentare gli interessi dei club locali di fronte ai politici. Nel 2001 Berlino aveva ancora moltissimo spazio senza destinazione d’uso e finché non c’erano problemi di rumore o altro, le autorità non intervenivano. Ma era già chiaro che i tempi sarebbero cambiati, gli anni ‘90 erano finiti e lo spazio urbano sarebbe stato commercializzato sempre di più.

RR: Ora la Club Commission rappresenta diverse tipologie di attività e business (promoter, clubs, festivals). Come si è evoluta negli anni l’organizzazione?

JT: Per gli scorsi 15 anni la CC si è concentrata sul costruire il network con i club Berlinesi, condividere informazioni e provare ad offrire benefit legati alla gestione dei club, come la riduzione delle tariffe Gema (Società che raccoglie i diritti legati alla riproduzione musicale, paragonabile alla SIAE in Italia) o la riduzione del costo dello smaltimento rifiuti, ma anche consulenze legali o su altri argomenti legati al funzionamento dei club. Per finanziare questo lavoro, la CC ha lavorato molto per ottenere fondi dal governo oltre che sulle donazioni e le quote di iscrizione.
Da quando negli ultimi anni lo spazio urbano è diventato sempre meno disponibile, la CC si è orientata più verso un’attività di lobby nei confronti della politica per avere un maggiore riconoscimento e intervenire sulle regolamentazioni (ad esempio sulle emissioni sonore etc.).
Di recente è nata anche la Music Commission, la quale lavora più a contatto con gli artisti in tutti i vari settori connessi con la produzione musicale. Sono organizzazioni sorelle.

LL: All’inizio la Club Commission è stata fondata come un’organizzazione che potesse reagire nel caso ci fossero problematiche, come nel caso di raid della polizia, o della chiusura di un club causata da pressioni economiche o dalla gentrificazione.
Oggi avrei cominciato in maniera differente, non penso che abbia senso creare una realtà dal nulla, senza reputazione e poi andare dalle persone dicendo “hey io vi rappresento, datemi fiducia”. Perché ovviamente le persone ti chiederebbero “chi sei e perché dovresti rappresentarci?”…questo fa anche un po’ parte del DNA della scena, avere un approccio critico verso eventuali interlocutori esterni e la tendenza ad essere indipendenti.

Quello che farei oggi è invece partire da una serie di gruppi di lavoro focalizzati su specifici argomenti, magari relativi a cambiamenti recenti che hanno influito sul settore (evitando questioni di carattere molto generale, andando sul pratico) e invitare le figure che ritengo siano state direttamente colpite. In questo modo sarei sicuro che di avere l’attenzione dei partecipanti.
Guarderei poi alle best practice di altre città, cercando chi ha implementato soluzioni a problemi simili – ad esempio sul tema delle licenze di 24 ore, Amsterdam ha fatto dei grandi passi avanti –  li inviterei a partecipare e a condividere informazioni, provando a immaginare insieme dei test o pilot da condurre in città.
Facendo partecipare al gruppo anche il diretto responsabile istituzionale di quella determinata problematica, si formerebbe praticamente un primo nucleo di partenza in grado di avere un’azione effettiva sul sistema.
E se da questa operazione venissero fuori poi risultati positivi, i partecipanti si sentirebbero parte di un processo, si sentirebbero parte della nascente Club Commission.
E da quel momento potresti iniziare ad andare da altre realtà, media, organizzazioni mostrando già dei risultati: la tua figura diventerebbe sempre più quella del facilitatore, una specie di direttore d’orchestra.

RR: Certo, anche io sono sempre più convinto che in tutti i settori si debba adottare un approccio di design thinking, partendo dai bisogni reali e sviluppando soluzioni partendo dal basso, ascoltando per primi gli stakeholders del contesto.
Parlando poi di sostenibilità, quando Jacob ha presentato la CC al Linecheck festival, mi è rimasta impressa questa slide che mostrava una coppia di anziani in un museo e che diceva: “i nostri ravers sono i turisti che visitano Berlino”…perché effettivamente è anche la City Tax (ndr. la tassa di soggiorno) che finanzia la Club Commission, giusto?

JT: Sì, sia la CC che la Music Commission sono pagate anche attraverso quei fondi, che vanno però anche ai musei e ad altre istituzioni culturali ed artistiche; la City Tax è stata introdotta nel 2014 e successivamente è stato concordato che le Commission Berlinesi dovessero ottenere più supporto dalla sfera pubblica.

LL: Adesso la CC include non solo club, ma anche promoter, festival e altri professionisti del settore, tutti pagano una sottoscrizione che dipende da quanto è grande il business e da quanti dipendenti sono coinvolti, per esempio un promoter singolo pagherà circa 20€ al mese, mentre un club come il Berghain molto di più. Questo introito ci rende comunque indipendenti – i fondi pubblici restano una parte consistente del nostro budget – ma se da un giorno all’altro tutto il resto sparisse potremmo essere ancora qui, avere un nucleo operativo.

RR: Dato che la CC ora rappresenta professional anche molto diversi, come riesce a modulare la propria attività per far fronte a problematiche molto specifiche di un settore così articolato?

LL: CC è un’organizzazione che non rappresenta in maniera generica la nightlife a Berlino, quello che facciamo noi è lavorare all’interno della club culture e delle sue manifestazioni più innovative…e non con chiunque apra un posto per vendere alcolici. È sempre fondamentale capire in che cosa ti focalizzi, ad esempio a Londra, New York ed Amsterdam i night mayors (ndr. sindaci della notte) lavorano con qualsiasi attività presente in città dopo le 18:00, è tutto un altro lavoro.
Per fare in modo di avere realtà differenti all’interno del progetto, abbiamo creato gruppi di lavoro con persone con interessi simile, tenendo bene a mente la visione più ampia.
Nella CC ci sono 10 gruppi di lavoro, e sono loro a decidere quali azioni intraprendere, io sono praticamente il portavoce: i gruppi variano di dimensione – ad esempio il gruppo “comunicazione” è formato da tre persone, mentre quello dei festival da 150 – e si ritrovano con cadenza diversa – alcuni mensilmente, altri settimanalmente, altri una volta l’anno – dipende davvero da quali sono i bisogni di ciascuno.
Abbiamo anche un gruppo che si occupa solo di “conoscenza” all’interno della club culture, che si rapporta con università e ricercatori.
Riguardo alle azioni concrete, nel caso ad esempio di lamentele sul rumore causato da un club in una specifica area, la Club Commission non agisce come forza di polizia o agente regolatore, ma offre una cosa per la quale le istituzioni non hanno le competenze: fare monitoraggio. Relazionandoci con il gruppo di lavoro “spazi”, mandiamo un nostro team per monitorare tutti gli aspetti dell’area dove si trova il club, come il traffico, i flussi di persone e altri fattori che potrebbero essere problematici. Al termine del periodo stabilito, compiliamo un report e diamo una panoramica di soluzioni possibili e la loro fattibilità. (per una panoramica delle altre attività di consulenza e supporto offerte dalla CC visita qui)

RR: Quali sono per i club di Berlino i maggiori ostacoli e opportunità in questo momento?

JT: Problemi: spazio urbano e lamentele sul rumore
Opportunità: la politica sta iniziando a capire sempre di più l’importanza della club culture per Berlino, e ci sono sempre più dati a supporto di questa visione  e che vengono raccolti scientificamente

RR: Berlino è diventata un po’ la mecca per la musica techno (e non solo), e attrae milioni di visitatori ogni anno: come rendere questo costante flusso turistico non solo una fonte di guadagno economico, ma anche un arricchimento culturale e sociale, evitando la commercializzazione del settore?

JT: Dobbiamo mostrare ai turisti quale può essere un approccio rispettoso e libero di fare festa e di partecipare alla nostra club culture, e che queste tipologie di esperienze possono essere momenti di accrescimento ed ispirazione culturale, invece che soltanto intrattenimento.
A causa della pressione finanziaria sugli spazi urbani, lo sviluppo di idee e progetti culturali ha anche delle ricadute su speculazione edilizia e gentrificazione.
L’unico modo per non commercializzare il settore è quello di garantire spazi ai club e offrire loro accesso a fondi culturali pubblici. Se i club devono competere nel mercato libero, sono costretti a commercializzarsi sempre di più.

RR: A livello sociale, in questo momento razzismo ed esclusione diventano minacce sempre più concrete in Europa, come può la club culture avere un impatto politico e sociale positivo?

JT: Quello che può fare la club culture è provare a dare un esempio pratico di cosa vogliano dire uguaglianza e libertà, anche solo per una notte, per continuare ad ispirarci anche nella nostra routine quotidiana. A Berlino esiste anche Reclaim Club Culture, un gruppo che rappresenta club alternativi e promoter – del quale sono anche membro – e che sta cercando di fare azioni concrete contro politiche di destra (ndr: leggi quest’articolo sulla marcia contro l’estrema destra nel 2018).

RR: Il Berghain per esempio è stato riconosciuto di recente come un’istituzione di “high culture” (ndr. alta cultura) alla pari di teatri e sale concerto che ospitano programmazioni di musica classica. Cos’ha comportato in termini di benefit e per l’intera scena dei club?

JT: A Berlino ci sono due tasse differenti sugli ingressi, quella normale per spazi che fanno intrattenimento è del 19% sul prezzo del biglietto. L’altra che concerne concerti, performance è solo del 7% (ndr. equivalente in Italia: codice 61 – “ballo con strumenti meccanici” con imposta intrattenimento del 16% e codice 53 – “concerti live” senza imposta intrattenimento)
Berghain è riuscito a dimostrare che la propria offerta non era di intrattenimento puro, e che era più associabile alle performance culturali. Ora molti club hanno avuto accesso a questo sconto, ma per molto tempo è stata una distinzione poco chiara

RR: Un’ultima domanda, come ti immagini i club del futuro?

JT: Il club del futuro per me dovrebbe essere uno spazio di fusione tra club e teatro, interazione e performance. Un luogo inclusivo, dove poter sperimentare nuove forme di interazione con il prossimo, una realtà che ti porti a vedere il mondo da punti di vista differenti. Un melting pot, dove le persone condividono idee e sentimenti per capire meglio se stessi e gli altri. E da questo incontro e questa comunicazione libera e senza forzature, che può nascere uno spazio in grado di creare idee sociali rivoluzionarie, progetti artistici e interi movimenti.

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