Come cambia il mondo del clubbing nell’era della digitalizzazione totale?

di Alice Porracchio


La sociologa Sarah Thornton definisce la club culture come “l’espressione colloquiale con cui si indicano le culture giovanili, il cui cardine della vita sociale è rappresentato dai locali notturni”. Ma nell’era della digitalizzazione e della liquidità Baumaniana ha ancora senso dare così importanza agli spazi fisici in riferimento al clubbing?


Gli esordi: dalla musica dal vivo alla musica registrata su disco

Partiamo da un presupposto: la storia del clubbing affonda le sue radici nel cosiddetto passaggio dalla musica dal vivo alla musica registrata su disco. Il progresso tecnologico è stata la linfa vitale di questo movimento, un processo inevitabile e inarrestabile che ha reso la fruizione musicale ubiqua e popolare. Una conquista a dir poco rivoluzionaria che negli anni Settanta trasformò i locali in punti di riferimento, dove esercitare nel fine settimana la libera espressione di sé e il proprio rito di passaggio verso l’età adulta attraverso quell’indipendenza tanto sognata sia dalle restrizioni di orario sia dalle norme e dai divieti. I club avevano, infatti, saputo fare quello che nessun altro spazio aveva ancora realizzato, ovvero aprire le porte della percezione, permettendo l’ingresso in un’altra dimensione temporanea, emozionante e carica di energia, dove poter godere delle sensazioni date dal ritmo e dalle luci e abbandonarsi ai piaceri del corpo e dell’anima.

I club avevano saputo fare quello che nessun altro spazio aveva ancora realizzato: aprire le porte della percezione in un’altra dimensione, temporanea

Essere clubber assunse dunque un’accezione ben precisa, consistente nell’abbracciare uno stile di vita alternativo, condividere interessi e passioni, sentirsi parte di un ambiente “sotterraneo”, dai confini permeabili e assolutamente fluidi, in grado di trasmettere i valori di questo movimento, come il progresso, la libertà e l’emancipazione, tipici di una mentalità molto aperta, tollerante e priva di tabù. Ma non solo. 
Essere clubber significò, anche, vivere per il ballo sfrenato e il dancefloor, frequentare assiduamente i club, non aspettare altro che fruire di queste valvole di sfogo per evadere dalla quotidianità e divertirsi insieme ad altre persone, godendo senza vincolo alcuno del momento contestuale alla festa, nel suo “qui ed ora”.
Qualcosa però nel tempo è cambiato.

Oggi: virtualizzazione e smaterializzazione nel clubbing

Oggi il modo di vivere il mondo della notte non è più lo stesso di un tempo e il progresso tecnologico ha avuto di nuovo un ruolo determinante nel processo evolutivo del clubbing, spostando però questa volta le interazioni dalla dimensione sociale verso quella virtuale e individualista, con non poche conseguenze.

Innanzitutto è cambiato il rapporto con gli spazi. Se un tempo i club rappresentavano dei “nidi protetti”, delle “seconde case” dove scaricarsi e incontrare altri clubber in una situazione familiare ed intima, attualmente i locali (fatte rare eccezioni) sono sempre meno fonte di identificazione e neppure così indispensabili per vivere in prima persona degli eventi musicali. La Boiler Room ne è un esempio.

La Boiler Room: la dissoluzione dei tradizionali ostacoli alla partecipazione
L’esperimento di Boiler Room è una prova di questo ruolo sempre meno centrale del luogo fisico nell’esperienza del clubbing: perché andare in un locale reale con tutti i suoi difetti e problemi, quando si può partecipare ad un evento trasmesso online restando comodamente a casa?

Nato a Londra nel 2011, Boiler Room ha saputo restare al passo con i tempi e cogliere via via i bisogni crescenti da parte dei giovani digitalizzati, dimostrando, infatti, con grande successo, che fosse giunto il momento di creare una sinergia tra il clubbing e la tecnologia streaming, a costo di rompere gli schemi anche più simbolici ormai consolidatisi nel quadro degli eventi musicali underground. Nessuna “selezione all’ingresso”, nessun ostacolo alla partecipazione né “battaglia” per essere in prima fila sotto la consolle. Nessuna interazione con altre persone, neppure tra dj e clubber (che fanno più che altro da sfondo scenografico o sono online) pur di spostare l’attenzione dalla performance in sé ad un format di fruizione del tutto nuovo e on screen.

Ed è proprio questo un altro punto focale della questione: la scena del clubbing ha dovuto imparare a sfruttare a proprio vantaggio il rapporto con i media per continuare a curare e alimentare la sua community di appassionati.

Club e nuovi media, cambiamenti e opportunità

Condannati e demonizzati da sempre, in quanto demolitori del DNA delle subculture underground, i media mainstream nel corso degli anni hanno inevitabilmente assunto un ruolo differente per la club culture, certamente per quanto riguarda la mera promozione degli eventi, ma soprattutto per il mantenimento, se non ampliamento, di una collettività di persone autenticamente interessate alla musica elettronica.

L’uso di live chat, like e tweet nel corso dei broadcast di Boiler Room sono solo un esempio di come l’uso del web abbia permesso di abbattere i confini geografici e anche temporali invogliando la costruzione di una community online di clubber.

Oppure si pensi al caso più eclatante di Vaporwave, il primo movimento musicale ed estetico nato intorno al 2010 all’interno di alcune comunità online, e senza quindi alcun tipo di radice geografica. Una subcultura retro-futuristica che deve la sua esistenza a social media quali Tumblr, 4chan o Reddit e il cui capitale sottoculturale è definito non solo dalla distinzione dalla propria classe sociale di appartenenza e dal resto della società mainstream, ma anche dall’uso che si è fatto di Internet per accedere alla musica, a dei nuovi generi di nicchia, al di là di quelli popolari.

Va da sé allora che l’accesso al mondo digitale possa essere considerato senz’altro uno strumento utile alla costruzione della propria identità personale e sociale in modo più autentico, collegando quindi persone accomunate realmente da interessi affini, che non hanno bisogno di dimostrare nulla a nessuno.

Semplicemente nel web non contano più gli stili estetici, i vestiti, gli atteggiamenti. Ognuno può sentirsi libero di essere chi davvero vuole, con un suo nickname e una spontaneità unica in grado di rinforzare realmente i propri interessi, non più spinti quindi dai legami sociali, ma dalla propria e unica personale curiosità che a fronte di una fonte illimitata di informazioni può forgiare i propri gusti musicali al di là di ogni tipo di condizionamento.

E poi esiste Spotify, che al momento conta più di 30 milioni di brani disponibili praticamente gratuitamente. Come cambia quindi il ruolo della musica e del dj nei club contemporanei?

Il cambio di prospettiva sui dj

Se da una parte grazie alle più disparate app e piattaforme presenti sul mercato l’accesso alla musica si è democratizzato nel tempo, dall’altra però il ruolo “educazionale” dei dj è stato messo a dura prova.

I deejay, infatti, sin dalla loro nascita hanno svolto una funzione essenziale, declinata in più attività: far ballare, creare un clima di festa, trasmettere energia al dancefloor e, non da ultimo, condurre la pista in un viaggio, in una sorta di storia raccontata tramite le tracce. Un ruolo impegnato, dunque, non solo nel proporre il disco giusto al momento giusto nel corso della serata, ma anche nel ricercare e anticipare nuove tendenze, sonorità e generi, “creando gusti” attraverso un’accurata selezione musicale.

Oggi il riconoscimento di questo compito pare si stia indebolendo rispetto ad una volta, come se per i giovanissimi contasse non tanto la bravura e la capacità di far scoprire delle nuove linee di suono, quanto il profilo artistico – e perché no il brand annesso, evento o locale famoso che sia – il cui successo è decretato dal numero di follower e dal tipo di attività pubblicate su Instagram, esattamente come dei veri e propri VIP da seguire e a cui ispirarsi.

Vivere il qui e ora, oppure postare sui social?

A tal proposito, c’è anche un altro aspetto da considerare. Sebbene i social media abbiano il merito di aver aperto la possibilità di creare nuove connessioni interpersonali, tuttavia hanno anche causato una progressiva riduzione della capacità di vivere gli eventi.

L’affermazione online della propria personalità digitale ha oramai lo stesso peso (se non maggiore) della propria realizzazione

Il rischio che corrono, infatti, i Millenials (ma non solo) è che per privilegiare la vetrinizzazione e spettacolarizzazione di sé stessi attraverso le stories, i video e le foto, le loro esperienze vengano offuscate dal tentativo di testimoniare la propria presenza, invece di godere realmente dell’opportunità di interagire faccia a faccia con gli altri, stabilendo un contatto diretto all’interno di una comunità più “vicina” e familiare.

L’affermazione online della propria personalità e status digitale ha oramai quindi uguale peso (se non maggiore) della propria realizzazione offline e fisica.  Insomma, probabilmente questo è uno dei momenti più delicati della storia del clubbing.

Le organizzazioni di eventi musicali, così come i gestori degli spazi, devono cercare al più presto di rispondere ai cambiamenti sociali avvenuti negli ultimi anni, se vorranno riuscire a mantenere e soprattutto a riavvicinare le persone ai dancefloor.

I club e la musica d’altronde hanno già giocato in passato un ruolo essenziale come veicoli di socializzazione, lo hanno saputo fare senza distinzioni di razza, classe sociale o orientamento sessuale. Oggi dunque il mondo del clubbing ha tutte le carte in regola per ricostruire una scena in una modalità un po’ meno miope e forse maggiormente attenta ai bisogni e alle attitudini attuali di una società in continua evoluzione, sempre più digitalizzata, ma allo stesso tempo anche più insicura e individualista.

In fin dei conti, la questione di fondo è semplice. C’è bisogno di far riscoprire alle persone delle emozioni, un senso di affiliazione e appartenenza, delle connessioni autentiche che tornino a farle sentire protagoniste e, tutto sommato, meno sole.

Questo articolo è uscito originariamente su CheFare il 17 Luglio 2019.